Trentasette e otto. La linea di mercurio stentava ad espandersi oltre. Disteso sul letto Marco allunga la mano alla ricerca del cordless senza risultato, mentre tenta di richiamare alla mente il numero dell’ufficio personale. Aveva escogitato un ottimo sistema per memorizzare i numeri di telefono, ma a quell’ora del mattino gli è impossibile ricordare quale fosse.
Un senso di frustrazione gli pervade la mente quando realizza di non poter andare in ufficio, al contrario il suo inconscio risponde assurdamente felice. “Strano” – pensa il suo io che non si aspettava una tale appagamento dal suo non-io. Vero è che ultimamente le cose a lavoro non andavano bene e il suo conto in banca era più rosso di un comunista davanti alla statua di Lenin al tramonto, ma per lui il lavoro era sempre stato tutta la sua vita.
Ma da un po’ cominciava a pensare che il lavoro lo stesse letteralmente divorando, concentrando i suoi istanti di vita in una spiacevole pillola da inghiottire giorno dopo giorno, lasciandogli dietro di sé tutte le sue ore più belle e quel tipico sapore amaro di certe medicine tanto necessarie quanto disgustose.
Aveva la stessa sensazione di disagio di quando si entra in una stanza e si percepisce un difetto senza però riuscire ad afferrarlo, un piccolo insignificante particolare che fino a quando non si rivela, assurge a paradigma di tutte le imperfezioni del mondo. Già da alcuni giorni se ne era accorto, ma era stato troppo impegnato e non aveva avuto un momento libero per razionalizzare quella strana sensazione. Ma adesso, improvvisa ma forse non inattesa, era arrivata la febbre. Un segno, una possibilità che il suo corpo o la sua anima gli offrivano per occuparsi di sé. Era venuto il momento di smetterla di fare finta di niente, che andava tutto bene, bisognava fare il punto della situazione. Una sorta di “State of Nation” personale. Si, proprio così, oggi sarebbe rimasto a casa ad occuparsi di sé e al diavolo l’ufficio.
Uno stimolo prostatico scosse i suoi pensieri richiamandolo alle primarie necessità di un sano risveglio. Le sue molecole attraversarono compatte il pulviscolo atmosferico che occupava tutta la sua stanza oltre che il resto dell’universo, tagliando le lance di sole che si forgiavano attraverso spiragli regolari delle persiane. Nello specchio del bagno vide riflessa un’altra persona, più vecchia e stanca rispetto a quella che diligentemente cercava di mostrare. Lo shock iniziale durò appena un secondo e l’identità tra le due figure sembrò alla fine inevitabile.
Uscendo scorse sotto l’uscio della porta una lettera, di un bianco candido come solo le notizie riescono ad apparire poco prima di diventare cattive notizie. Strappò un lato della busta sentendosi un artificiere che apre un pacco con uno strano ticchettio dentro.
“Egr. sig.. in base all’accordo.. volevo ricordarle che è in ritardo.. per il mantenimento della sua ex moglie.. È la terza volta.. potrebbero esserci ripercussioni.. visite settimanali con suo figlio.” Le parole gli esplosero in faccia come un capodanno a Times Square.
Per quanto tempo siamo condannati ad essere perseguitati dai nostri sbagli? pensò Marco ritornando al giorno delle sue nozze, quando il padre, abbracciato con tutta la forza con cui un padre può abbracciare un figlio, gli disse: “se sposi quella donna soffrirai come non hai mai sofferto, ma se non la sposi non saprai mai cosa ti sei perso”. Ancora oggi dubitava di aver capito fino in fondo ciò che il padre aveva voluto dirgli, ma di una cosa era certo: qualsiasi cosa fosse, aveva ragione da vendere.
Lo squillo del telefono lo sorprese ancora frastornato e la segreteria telefonica partì molto prima dei suoi riflessi. Un pianto singhiozzante reclamò la sua attenzione: “Marco sono Aura.” Finalmente qualcosa di bello. Si ritrovò sulla torre più alta ad ammirare il suo futuro ancora roseo. “Mi dispiace di quello che sto per dirti e del fatto che te lo dico attraverso un nastro registrato ma…. mi ha telefonato Antonio. Vuole riprovarci. non ho potuto dire di no e poi tra noi non avrebbe mai potuto funzionare… l’età… Addio.” Aura era sempre così: decisa, concisa e chirurgica, come un operazione a cuore aperto fatta con due pinzette per i capelli.
Fu allora che capì di non avere più altra scelta e decise di farlo. Prese la cornetta, digitò dieci cifre e in risposta ad uno svogliato pronto disse:
“Sono Marco, volevo solo avvisare che arriverò più tardi”. Era arrivata la febbre ma forse era meglio continuare a far finta di star bene.
Un senso di frustrazione gli pervade la mente quando realizza di non poter andare in ufficio, al contrario il suo inconscio risponde assurdamente felice. “Strano” – pensa il suo io che non si aspettava una tale appagamento dal suo non-io. Vero è che ultimamente le cose a lavoro non andavano bene e il suo conto in banca era più rosso di un comunista davanti alla statua di Lenin al tramonto, ma per lui il lavoro era sempre stato tutta la sua vita.
Ma da un po’ cominciava a pensare che il lavoro lo stesse letteralmente divorando, concentrando i suoi istanti di vita in una spiacevole pillola da inghiottire giorno dopo giorno, lasciandogli dietro di sé tutte le sue ore più belle e quel tipico sapore amaro di certe medicine tanto necessarie quanto disgustose.
Aveva la stessa sensazione di disagio di quando si entra in una stanza e si percepisce un difetto senza però riuscire ad afferrarlo, un piccolo insignificante particolare che fino a quando non si rivela, assurge a paradigma di tutte le imperfezioni del mondo. Già da alcuni giorni se ne era accorto, ma era stato troppo impegnato e non aveva avuto un momento libero per razionalizzare quella strana sensazione. Ma adesso, improvvisa ma forse non inattesa, era arrivata la febbre. Un segno, una possibilità che il suo corpo o la sua anima gli offrivano per occuparsi di sé. Era venuto il momento di smetterla di fare finta di niente, che andava tutto bene, bisognava fare il punto della situazione. Una sorta di “State of Nation” personale. Si, proprio così, oggi sarebbe rimasto a casa ad occuparsi di sé e al diavolo l’ufficio.
Uno stimolo prostatico scosse i suoi pensieri richiamandolo alle primarie necessità di un sano risveglio. Le sue molecole attraversarono compatte il pulviscolo atmosferico che occupava tutta la sua stanza oltre che il resto dell’universo, tagliando le lance di sole che si forgiavano attraverso spiragli regolari delle persiane. Nello specchio del bagno vide riflessa un’altra persona, più vecchia e stanca rispetto a quella che diligentemente cercava di mostrare. Lo shock iniziale durò appena un secondo e l’identità tra le due figure sembrò alla fine inevitabile.
Uscendo scorse sotto l’uscio della porta una lettera, di un bianco candido come solo le notizie riescono ad apparire poco prima di diventare cattive notizie. Strappò un lato della busta sentendosi un artificiere che apre un pacco con uno strano ticchettio dentro.
“Egr. sig.. in base all’accordo.. volevo ricordarle che è in ritardo.. per il mantenimento della sua ex moglie.. È la terza volta.. potrebbero esserci ripercussioni.. visite settimanali con suo figlio.” Le parole gli esplosero in faccia come un capodanno a Times Square.
Per quanto tempo siamo condannati ad essere perseguitati dai nostri sbagli? pensò Marco ritornando al giorno delle sue nozze, quando il padre, abbracciato con tutta la forza con cui un padre può abbracciare un figlio, gli disse: “se sposi quella donna soffrirai come non hai mai sofferto, ma se non la sposi non saprai mai cosa ti sei perso”. Ancora oggi dubitava di aver capito fino in fondo ciò che il padre aveva voluto dirgli, ma di una cosa era certo: qualsiasi cosa fosse, aveva ragione da vendere.
Lo squillo del telefono lo sorprese ancora frastornato e la segreteria telefonica partì molto prima dei suoi riflessi. Un pianto singhiozzante reclamò la sua attenzione: “Marco sono Aura.” Finalmente qualcosa di bello. Si ritrovò sulla torre più alta ad ammirare il suo futuro ancora roseo. “Mi dispiace di quello che sto per dirti e del fatto che te lo dico attraverso un nastro registrato ma…. mi ha telefonato Antonio. Vuole riprovarci. non ho potuto dire di no e poi tra noi non avrebbe mai potuto funzionare… l’età… Addio.” Aura era sempre così: decisa, concisa e chirurgica, come un operazione a cuore aperto fatta con due pinzette per i capelli.
Fu allora che capì di non avere più altra scelta e decise di farlo. Prese la cornetta, digitò dieci cifre e in risposta ad uno svogliato pronto disse:
“Sono Marco, volevo solo avvisare che arriverò più tardi”. Era arrivata la febbre ma forse era meglio continuare a far finta di star bene.
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